Al cuore della democrazia: partecipare tra storia e futuro. Il tema della Cinquantesima Settimana sociale dei cattolici in Italia è intuitivamente centrale nell’oggi del Paese ma, occorre dirlo, di non facile svolgimento.
La crisi della partecipazione è sotto gli occhi di tutti, se prendiamo come primo indicatore quello dell’affluenza alle urne: alle elezioni politiche italiane del 25 settembre 2022 ha partecipato il 63,9% dei cittadini con diritto di voto, segnando una flessione di quasi 9 punti rispetto alla tornata precedente.
Alle ultime elezioni in Abruzzo si sono presentati alla cabina elettorale poco più del 53% dei cittadini e comprensibilmente si inizia a parlare di una democrazia dimezzata, in cui il “partito” di coloro che si astengono inizia a essere idealmente quello di maggioranza.
Stiamo parlando, evidentemente, di un sintomo, ed è per questo che in effetti il vero tema è di difficile svolgimento: che tipo di evoluzione sta conoscendo la vita democratica? Che cosa ci rivela un trend di disaffezione sostanzialmente crescente, che si registra a partire dalla metà degli anni Settanta, quando la partecipazione elettorale era ancora ai livelli del secondo dopoguerra, intorno al 90%?
Dovremmo forse riflettere sul fatto che il crollo – unito anche ad una certa volatilità di parte dell’elettorato, che quasi vota per tentativi – rispecchia quel dato che per altri versi celebriamo con soddisfazione quantomeno nell’Europa occidentale: 70 anni di pace e cooperazione tra Paesi che storicamente si sono combattuti per secoli rappresentano un lasso di tempo che induce a pensare la democrazia liberale come qualcosa che esiste “da sempre”.
Rari e rare sono coloro che ricordano, per averlo vissuto, il collasso europeo dei totalitarismi: per quasi tutti gli Italiani la democrazia è un dato che li precede, un contesto in cui – pur con tutte le tensioni degli anni Settanta – sono cresciuti. E, come tutte le cose che ricordiamo esserci “da sempre”, fatichiamo ad immaginare che domani possano tramontare: è cioè fisiologico pensare che quel che per noi è semplicemente l’aria che respiriamo non abbia bisogno di particolare manutenzione. Cosa mai potrà cambiare di così radicale se non ci si coinvolge nella politica? La democrazia in cui respiriamo, pur con le sue insufficienze, c’era prima di noi e ci sarà dopo di noi. O no?
Combattere l’astensionismo è un dovere per evitare il deserto della vita sociale
Ecco, in qualche modo la Cinquantesima Settimana sociale, che non per nulla evoca tempi lunghi – “tra storia e futuro” – prova a richiamare questo interrogativo di fondo: e se la vita democratica che fa da sfondo alle nostre giornate, ai nostri progetti e desideri, non fosse per natura così eterna e inossidabile?
Se avesse bisogno di noi, quantomeno di un tratto di impegno di ciascuno di noi, come del resto segnala l’articolo 4 della Costituzione, che ci ricorda essere un dovere di ogni cittadino quello di concorrere al progresso materiale o spirituale della società?
Se il rispetto delle persone, la solidarietà, la giustizia sociale non fossero un punto di non ritorno della storia, ma un giardino da curare incessantemente perché crisi climatiche sottovalutate non lo trasformino in un deserto?
Valorizzare la partecipazione
L’astensionismo, prima ancora di essere (e lo è di certo) un sintomo di delusione per delle attese tradite, è il riflesso di un’abitudine alla vita liberale: segnalare che tuttavia la democrazia richiede una manutenzione politica costante da parte di tutti, un coinvolgimento diffuso nella sua cura, è un primo focus della Settimana sociale.
Per questo i lavori dei delegati si concentreranno sull’elaborazione di una serie di raccomandazioni per riattivare forme più incisive di partecipazione: capire, con realismo, cosa compete a ciascuno; comprendere come rendere più diffusive le buone pratiche che generano valore e coesione sociale; immaginare nuove vie per colmare lo scarto, evidentissimo, tra le esperienze e le domande sociali dei territori e le politiche di livello nazionale, che nella persistente crisi dei partiti non nascono più da dibattiti pubblici coinvolgenti, ma da sondaggi degli umori o dal cavalcare ataviche paure.
Democrazia e bene comune
Questi saranno i tre livelli di approfondimento che verranno proposti a Trieste, nell’idea che al cuore della democrazia c’è un potere – kratos – condiviso e diffuso nel popolo – dèmos – da impiegare per il bene comune.
Lo sviluppo di una cultura ecclesiale della sinodalità ha poi sollecitato una rivisitazione del modello di lavoro della Settimana: il metodo in questo frangente è già un contenuto, e per questo è stata immaginata una dinamica che possa restituire ai delegati il potere di generare i contenuti da offrire non solo ai cattolici in Italia ma al Paese intero.
Un percorso partecipativo, che alternerà modalità diverse di ascolto delle relazioni, di confronto e condivisione, di studio e individuazione delle convergenze, condurrà alla definizione di raccomandazioni, che si radicheranno quindi nelle intuizioni e nelle competenze dei delegati.
Le giornate di Trieste – almeno questo è l’auspicio – assumeranno un andamento laboratoriale e spiccatamente partecipativo, per agire democrazia e ritrovarla come una pratica da avere a cuore, in favore di tutti, come è nella tradizione del pensiero sociale cristiano.
Articolo apparso su Segno nel mondo 2/2024, all’interno del dossier dedicato alla prossima Settimana sociale di Trieste
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