Per affrontare gli anni a venire, il nostro Paese deve avere il coraggio di un grande disegno, di un grande progetto. Il Paese ha bisogno di un soprassalto morale, culturale e quindi politico. La consapevolezza di tali esigenze dovrebbe animare lo sforzo dei cattolici, qualunque sia la loro collocazione e la funzione svolta.
Dall’esperienza – talvolta travagliata – del cattolicesimo democratico e sociale possono derivare apporti particolarmente significativi per il bene delle nostre comunità… Capacità di discernimento critico e soprattutto capacità di intelligente mediazione dovrebbero alimentare lo stare in politica da cattolici. Uno stare in politica che non può però essere collegato a visioni totalizzanti, integristiche e neppure esaurirsi nell’interesse immediato o tradursi in calcoli di convenienza di corto respiro. Essere portatori di una ispirazione cristiana significa molte volte andare controcorrente rispetto a logiche di potere e di banalizzazione populista oggi prevalenti.
Significa però andare nella direzione delle esigenze più profonde e autentiche degli uomini e delle donne del nostro tempo, concorrendo a costruire una coscienza comune a partire da quanto unisce.
La situazione odierna non è certo esaltante. Basta vedere come la politica viene intesa e vissuta. Valgono l’utilità e gli interessi immediati. Il bene comune, la moralità dei comportamenti pubblici e privati sono degli optional. Cresce la diffidenza e il fastidio nei confronti dei soggetti collettivi. Si guarda con indifferenza alle diseguaglianze sociali.Il diverso è un nemico che insidia le nostre presunte sicurezze. La semplificazione e la banalizzazione espropriano lo spazio del ragionamento e dell’approfondimento. Si punta sulle personalizzazioni esasperate, sulla delegittimazione dell’avversario, sul genericismo dei valori e dei programmi.
Tutto ciò dovrebbe interpellare il mondo cattolico. La diaspora politica non può essere intesa come un provvisorio incidente di percorso. È piuttosto punto di arrivo di un complesso movimento storico. Cosa discende da tutto ciò? Tra il richiamo all’identità da un lato e le logiche di schieramento dall’altro, i cattolici rischiano di registrare la progressiva marginalità della loro presenza. Così stando le cose occorre allargare il campo di riferimento. La scommessa per i cattolici di essere lievito e fermento nella società politica italiana non può essere affrontata con l’occhio rivolto al passato e neppure esaurirsi in un dibattito sulla legittimità della collocazione nell’uno o nell’altro schieramento.
Sembra pertanto più realistico e nel contempo più impegnativo parlare di presenza plurale o meglio di presenze e di testimonianze di persone e di gruppi capaci di fare rete, creare coordinamenti trasversali, giocare laicamente la loro specificità cristiana nelle dinamiche politiche, sociali ed economiche che caratterizzano la vita del nostro Paese in un contesto globale, mai come oggi bisognoso di segni di speranza. Il riferimento all’insegnamento sociale della Chiesa, penso in particolare alle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti di papa Francesco, può dare corpo e sostanza a una presenza attiva dei cattolici in politica.
Alcune idee forza da porre a fondamento di tale presenza.La partecipazione intesa come allargamento delle aree di decisionalità e di coinvolgimento dei diversi soggetti, rendendo i processi democratici più ricchi e articolati. Il valore dell’uguaglianza e della solidarietà con il conseguente impegno per la riduzione degli squilibri, creando le condizioni perché tutti possano dare il meglio di loro stessi. La centralità della società civile intesa come insieme strutturato di corpi intermedi, protagonisti sul fronte delle relazioni economiche e sociali. Il rifiuto della sacralizzazione del mercato e di suoi automatismi. La promozione della cooperazione tra pubblico, privato e privato sociale nell’ottica della sussidiarietà. Il lavoro come garanzia di dignità e di libertà della persona. L’attenzione al dialogo, alla cooperazione internazionale, alla pace rendendo l’Europa unita protagonista.
Ricerchiamo dunque ciò che può unire anche se non è facile. La realizzazione di un modello di sviluppo capace di riprodursi, ma anche di rispondere alle attese della “povera gente” presuppone la conversione dei cuori e delle intelligenze. Conversione mai realizzata del tutto e mai definitiva.Qui risiede appunto il limite della politica, concepito come rinvio a qualcosa di ulteriore. Qui stanno – come diceva Aldo Moro – le ragioni delle differenze, dei modi propri di lavorare nell’intento di «escludere cose mediocri per fare posto a cose grandi».
Lorenzo Caselli è professore emerito dell’Università di Genova. Già Presidente nazionale del Meic. Questo articolo è stato pubblicato su Avvenire del 19 giugno 2024
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