Artigiani di democrazia, servitori del bene comune

Quale contributo può offrire la Chiesa all’Italia in questa stagione storica? È la domanda che si pone il presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, card. Matteo Zuppi, durante l’apertura della 50ma Settimana sociale di Trieste. La Chiesa non rivendica privilegi, non li cerca. «Ci sentiamo parte di un Paese – dice Zuppi – che sta affrontando passaggi difficili e crisi epocali: basti pensare all’inverno demografico, alla crescita delle disuguaglianze, alle percentuali di abbandono scolastico, all’astensionismo e alla disaffezione sempre più numerosa alla partecipazione democratica, alla vita scartata che diventa insignificante per l’onnipotenza che si trasforma in nichilismo distruttivo di sé stesso. Sentiamo la sfida dell’accoglienza dei migranti, della transizione ecologica, della solitudine che avvolge molte persone, della difficoltà di spazi per i giovani, dell’aumento della conflittualità nei rapporti sociali e tra i popoli, infine della guerra che domina lo scenario internazionale e proietta le sue ombre su tutto questo». 

Come è possibile?

«Ci angoscia il fatto che oggi i “poveri assoluti” siano cresciuti fino a diventare più di 5 milioni e mezzo: 1 su 10, tantissimi. Dovremmo interrogarci con severità: come è possibile?». 

Sul “come è possibile” il presidente della Cei riversa la sua riflessione. In realtà, il cattolicesimo italiano in questi anni non si è chiuso mai in sagrestia, non è rimasto a guardare, non si è fatto ridurre a un intimismo individualista o al culto del benessere individuale, ma ha sentito come propri i temi sociali, «si è lasciato ferire da questi per progredire verso un ordine sociale e politico la cui anima sia la carità sociale». 

Ha pensato e operato non per sé ma per il bene comune del popolo italiano. «E il bene comune non è quello che vale di meno, ma è quello più prezioso proprio perché l’unico di cui tutti hanno bisogno e che dona valore a quello personale».

Fieri di una storia

Si è fieri di questa storia. «E siamo felici di vivere questi giorni a Trieste, in una terra di confine, segnata dal dialogo interculturale, ecumenico e interreligioso, da tanta sapienza antica e recente, porta che unisce est e ovest, nord e sud, ma anche terra segnata da ferite profonde che non si sono del tutto rimarginate. I troppi morti ci ammoniscono a non accettare i semi antichi e nuovi di odio e pregiudizio. Non vogliamo che i confini siano muri o, peggio, trincee, ma cerniere e ponti!

Lo vogliamo perché questo è il testamento di chi sulle frontiere ha perso la vita. Lo vogliamo per quanti, a prezzo di terribili sofferenze, si sono fatti migranti e chiedono di essere considerati quello che sono: persone! Il Vangelo ci aiuta a capire che siamo fatti gli uni per gli altri, quindi gli uni con gli altri. La nostra casa comune richiede un cuore umano e spiritualmente universale». 

Basta lamentele (artigiani di democrazia, servitori del bene comune)

I cattolici italiani non vogliono accontentarsi di facili lamentele sulla crisi della democrazia e sulla scarsa partecipazione al voto. «Ci impegniamo per risposte positive, consapevoli, condivise, possibili». 

Per questo, il cardinale esprime diversi grazie. «Grazie a chi continua a partecipare nonostante la crisi del “noi” perché la Chiesa è un luogo dove ci si appassiona al prossimo e, quindi, al dialogo, come è avvenuto in assemblee, convegni, riunioni, nel cammino sinodale, proprio per il suo carattere eminentemente sociale e non egocentrico o di massa.

Grazie a chi non si scoraggia.

Grazie a tutti quelli che con tenacia stanno favorendo esperienze di partecipazione.

Grazie agli amministratori che, pur tra sacrifici, si dedicano al bene comune e a quanti esercitano funzioni pubbliche e le adempiono con disciplina e onore (Costituzione, art. 54).

Grazie a chi svolge umilmente, secondo le proprie possibilità e scelte, “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (Costituzione, art. 4). È così che si costruiscono inclusione e convivenza, si vincono i pessimismi, si sconfiggono le furbizie che piegano a interesse privato il bene pubblico.

Grazie alle tante buone pratiche che sono arrivate qui, a Trieste, per farsi conoscere, ma anche alle centinaia di buone pratiche sparse per il Paese che continuano a rendere concreti i frutti della partecipazione.

Grazie a chi si impegna nel volontariato, che poi vuol dire gratuità, dono, umanità, costruzione di comunità». 

Artigiani di democrazia, servitori del bene comune

È «bello per noi iniziare la Settimana Sociale – conclude il card. Zuppi – in questa città di frontiera. Vogliamo incarnare uno stile inclusivo, di unità nelle differenze. Soprattutto vogliamo esprimere tutto l’amore di cui siamo capaci per il nostro Paese. Amiamo l’Italia e, per questo, ci facciamo artigiani di democrazia, servitori del bene comune». 

Per leggere il discorso integrale del card. Zuppi, cliccare qui sotto:

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