Che cosa festeggiamo?

Cominciamo con l’essere didascalici. Per chi l’avesse dimenticato, la Festa della Repubblica Italiana è una giornata celebrativa nazionale istituita per ricordare la nascita della Repubblica Italiana. Si festeggia ogni anno il 2 giugno, data del referendum istituzionale del 1946 che sancì la fine della monarchia sabauda e nel quale votarono per la prima volta le donne. Una Repubblica Italiana che per volere dei padri costituenti si scelse parlamentare: una forma di governo del Paese in cui la rappresentanza democratica della volontà popolare è affidata, tramite elezioni politiche, al Parlamento che, in quanto tale, elegge in modi diversi sia il Governo che il Presidente della Repubblica.

La Costituzione è un corpo vivo

Qui finisce la didascalia, certo forse un po’ noiosa ma necessaria a fare memoria; in un’Italia che da qualche decennio a questa parte assiste, suo malgrado, a un “dibattito politico” (e magari fosse tale) sulla “necessità” di ridiscutere, ogni due per tre, l’architettura costituzionale che tiene in piedi il Paese, le sue istituzioni e le sue stesse fondamenta. Un dibattito – va detto – il più delle volte strumentale, giocato come “arma di distrazione di massa” dai temi che afferiscono ai problemi reali del Paese: economia, lavoro, ambiente, famiglia, scuola, etc. Sia chiaro, la Costituzione della Repubblica Italiana è un corpo vivo non è un totem, essa stessa prevede e ha già affrontato  percorsi di revisione, attuazione e modifica; eppure, specie a leggere le cronache  anche recentissime di esuberanti iniziative di riforma, sembra di trovarsi nel bel mezzo del classico caso in cui sarebbe saggio dare fiducia e retta ai padri (costituzionali) e al frutto del loro lavoro e non a certi figli della patria.

Linfa vitale della nostra democrazia

Ciò che oggi festeggiamo è dunque l’ancoraggio a ciò che prescrive la Costituzione, linfa vitale della nostra democrazia. La Costituzione che vale, quella scritta, contro la fuorviante distinzione tra cosiddetta Costituzione formale e indefinita Costituzione materiale. Quella Costituzione che gli italiani conoscono sempre meno e che a scuola si lascia colpevolmente ai margini dei programmi di studio. La Carta che sancisce il principio della separazione, dell’equilibrio e della leale collaborazione tra i poteri; che riconosce il principio secondo il quale il lavoro è il fondamento della cittadinanza politica. La Costituzione che assicura la difesa del principio di legalità, nonché l’indipendenza e l’autonomia della magistratura; che sancisce, custodisce e interpreta l’unità e l’integrità della nazione, che non misconosce le ragioni dell’autonomia delle comunità territoriali ma evita contrapposizioni e scontri fra poteri centrali e locali. La Carta costituzionale che recuperando lo storico europeismo del nostro Paese, fondatore del processo d’integrazione europea, garantisce e coniuga in un giusto equilibrio sovranità nazionale e sovranità europea, in coerenza con l’interpretazione del suo art. 11. Lo stesso articolo che sancisce il ripudio della guerra e, positivamente, l’impegno per la giustizia e la pace tra le nazioni.

La Repubblica siamo noi, nessuno si senta escluso

Festeggiando la Repubblica – dunque – festeggiamo i suoi principi fondativi da cui derivano le sue istituzioni, le sue leggi, la sua organizzazione. Ma festeggiamo anche noi cittadini italiani – come ebbe a sottolineare qualche anno fa il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «parlo della vita delle donne e degli uomini di questo nostro Paese. Dei loro valori, dei loro sentimenti. Del loro impegno quotidiano. Della loro laboriosità. Del contributo, grande o piccolo, che ciascuno di loro ha dato a questi decenni di storia comune. La Repubblica è, anzitutto, la storia degli italiani e della loro libertà». È la storia – e il pensiero va alle sorelle e ai fratelli dell’Emilia Romagna colpiti dalle recenti alluvioni – «della Ricostruzione, delle fatiche, dei sacrifici, spesso delle sofferenze di tanti… È la storia del formarsi e del crescere di una comunità». Perché come canta Francesco De Gregori in una sua celebre canzone: “la storia siamo noi”, “nessuno si senta escluso”. La Repubblica siamo noi, nessuno si senta o sia escluso.
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