Tra destabilizzazione e disorientamento
Non si passa mai da soli, né i passaggi possono essere descritti e compresi a prescindere dal contesto nel quale vengono vissuti. Un contesto fatto di relazioni, di condizioni ambientali, sociali, culturali e quindi anche ecclesiali. Tutti i contributi che abbiamo ascoltato in questi giorni al Convegno, in vario modo e a vario titolo, nel descriverci questo quadro, ci hanno detto che nel vivere i passaggi, nel fare esperienza di attraversamento siamo immersi nel disorientamento, nella destabilizzazione. Per tanti motivi.
Per dirlo con le parole della filosofa e teologa Lucia Vantini, siamo in un tempo di urgenze ed emergenze che ci fanno fare i conti con le crisi. Siamo sempre più coinvolti in passaggi impliciti che non vengono accompagnati, non vengono annunciati, c’è la mancanza di un prima e di un dopo, siamo di fronte a un flusso continuo, una sequenza che ci fa precipitare in avanti, ci fa scivolare via, ci priva di stabilità e non ci permette di accasarci, di abitare.
Se, come ci ricordava mons. Gualtiero Sigismondi, in tutte le stagioni della vita, a partire da quella primaverile dei bambini e dei ragazzi, ogni passaggio è un esodo, simile a quello compiuto da Mosè nel deserto, è altrettanto vero che si tratta di un cammino non privo di insidie, trappole, precarietà e fragilità.
Le tentazioni
Il passare è un tempo di prova e la prova ci espone alle tentazioni.
La prima tentazione potrebbe essere quella di tornare indietro, concentrarsi su quello che non c’è più, cadere in una forma di rimpianto che, mettendoci con lo sguardo sempre all’indietro, ci impedisce di intravedere, immaginare e sognare il possibile che abbiamo davanti.
La seconda tentazione potrebbe essere quella di ingabbiare i ragazzi in etichette, incastrandoli in definizioni da cui non riescono a liberarsi. Accade anche tra noi di non dare credito alla vita di qualche ragazzo, di non investire in storie che ci sembrano sbagliate. E le archiviamo come storie con un finale già scritto, con degli esiti predefiniti dove Dio non c’è. E cataloghiamo ancora prima di conoscere: a voce diciamo che siamo fratelli tutti ma poi rinunciamo a una spiritualità delle differenze. Perché se stai sempre con chi ti assomiglia non si cresce.
Ma c’è un’altra tentazione, quella di definire i passaggi a prescindere dal fatto che c’è qualcuno che li attraversa, a prescindere da chi li compie. Finiremmo per imporre visioni, le nostre proposte formative correranno il rischio di essere di seconda mano, riscaldate, ripetitive. Se a chi vive ancora la prima stagione della propria vita di fede (come i più piccoli) si propone una retorica di un’altra stagione, dal punto di vista educativo non si ottiene niente. E qui c’è tutto il filone dei cammini di Iniziazione Cristiana che troppo spesso prescindono dalla vita dei ragazzi e negano il loro protagonismo. I sacramenti dell’Iniziazione Cristiana rappresentano dei riti di passaggio, ma spesso siamo incapaci di collegarli a reali passaggi evolutivi nella vita e/o nella fede annullando così il legame tra i momenti della vita sacramentale e i passaggi maturativi.
Il tempo opportuno
E allora cosa facciamo? Rinunciamo perché impauriti? Consideriamo questo tempo già “perso/perduto”? Il passaggio attraverso le nostre paure è la condizione per essere chiamati a vita nuova. Non è il tempo dei panchinari. Altrimenti, come diceva sempre lo psicologo e psicoterapeuta Ignazio Punzi, saremmo degli ottimisti che guardano il futuro a partire dal presente. Chi, invece, si lascia condurre dalla speranza vive il presente sulla base della fiducia che ha nel futuro.
Un pensiero sul tempo liturgico che stiamo vivendo ci aiuta ad abitare questo tempo. Siamo in Avvento, che è un tempo che guarda al futuro. È il tempo del “non ancora”: ci dice che i passaggi sono tappe mentre si costruisce una risposta al “chi voglio diventare?” (singoli, comunità, Chiesa, associazione…). Gesù ci viene incontro dal futuro.
Questo allora è per voi/per noi un tempo propizio. Un tempo di incontri per lasciarsi incontrare dall’altro e dalla sua vita, per incontrare noi stessi, scoprire la nostra interiorità e compiere delle scelte, assumere con coraggio le nostre paure senza soccombere sotto di esse. Un tempo per darsi del tempo (senza perdere tempo): stare, indugiare, abitare per non scivolare via veloci sulla vita senza pretendere di risolvere sempre tutto e in fretta.
Un tempo per accorgerci del sovrappiù di vita che ci circonda e che noi stessi esprimiamo. C’è un nuovo che nasce anche attraverso le nostre scelte e noi lo possiamo annunciare.
Cosa ci occorre per essere davvero educatori
Imparare a lasciare
Ogni passaggio chiede di lasciare sé stessi. Provoca uno sconvolgimento emotivo, cognitivo, affettivo e tuttavia sviluppa una forza trainante nel processo di crescita che accompagna tutte le stagioni della vita.
I passaggi sono senza dubbio momenti nei quali il protagonismo dei ragazzi si esprime necessariamente in modo radicale e del tutto personale: a passare sono loro, non ci possiamo sostituire, per quanto alcune volte saremmo tentati di farlo, anche soltanto per proteggerli da ciò che temiamo potrebbero incontrare.
Valorizzare i riti e impegnarsi a inventarli quando non ci sono
Il cammino di crescita ognuno lo compie sulle proprie gambe, ma ha bisogno di una guida che si assuma la responsabilità di ritualizzare le tappe che sta affrontando e aiutandolo a guardare verso la luce all’orizzonte. Attraverso i riti diventiamo parte di una storia, parte di un popolo che cammina insieme. I riti, ben lungi dall’essere una performance né tanto meno una pratica intellettuale o psicologica, ci aiutano a toccare con mano cosa significa crescere all’interno di una comunità. Per queste ragioni è così importante trovare modi per ritualizzare i passaggi anche in un’epoca come quella che stiamo vivendo nella quale la vita ha più la forma di un flusso continuo, che di un percorso a tappe.
Un educatore che sa accompagnare i passaggi è capace di profezia e sapienza
Il cardinale De Donatis, vicario di Roma, ci ha ricordato che i momenti di passaggio hanno bisogno di educatori profeti, che sappiano leggere con il cuore l’universo dei ragazzi, e indicare a ognuno il bene che è capace di compiere, riconoscendo il soffio dello Spirito nella loro vita.
Credere e investire nel gruppo
Non si passa mai da soli, lo abbiamo detto. Il gruppo è un luogo, un’occasione per i ragazzi di uscire da sé stessi, sintonizzarsi con gli altri. Maggiori sono le differenze, maggiori i margini di crescita e allargamento dei propri orizzonti.
Nessun passaggio è possibile – ci ha detto don Gualtiero – senza assumere una “postura sinodale”. Camminando insieme non viene a mancare la luce necessaria per il passo successivo.
Aggrapparsi alla vita e farle credito
É proprio Gesù, con la sua stessa vita a chiederci di fare questo, di stare dentro le storia come ha fatto lui senza rifiutare nulla di ciò che questa scelta comporta.
Una cosa che scopriremo da subito è che c’è tanta vita che pulsa ancora tutto intorno a noi in tanti luoghi e situazioni che siamo tentati di squalificare, come se non fossero degne del nostro interesse o del nostro impegno. Quelle periferie esistenziali che semplicemente non vediamo o che non consideriamo ricettive o meritevoli di essere raggiunte. E invece è proprio verso quei ragazzi e verso quelle famiglie che siamo chiamati a guardare diventando ponti – come ci ha invitato ad essere Lucia Vantini – che riallacciano connessioni andate perdute o che non sono mai state allacciate. Impariamo a lasciarci sorprendere da quella che Han definisce la fantasia della soglia: una soglia che parla, che trasforma, una soglia oltre la quale c’è l’altro, l’Estraneo.
Continuare a camminare
Invitiamo i nostri ragazzi a camminare, soprattutto quando lo smarrimento sembra divorare ogni slancio. Scopriamo gran parte, se non tutto, ciò che occorre sapere sul cammino che stiamo compiendo, potremmo dire sui passaggi che stiamo affrontando, semplicemente camminando. E ogni volta che ci fermiamo rischiamo di essere tentati dalla nostalgia, dalla stanchezza, dal desiderio di tornare sui nostri passi.
Non dimentichiamo di fare provviste
Mettiamo via, facciamo provviste di esperienze, di incontri, di relazioni significative, di piccole e grandi conquiste, di storie avvincenti e scoperte sorprendenti. Non sappiamo bene quando e come ci potranno aiutare ad accompagnare i ragazzi in quei momenti inediti e sconvolgenti che sono i passaggi di vita, ma sapremo di camminare insieme a loro per loro per fare sì, davvero, che passare voglia dire crescere.
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