La tradizione del presepe ha fatto spazio, nella grotta di Betlemme, a due animali: il bue e l’asino. Possono essere pensati come un arredo secondario, o come un’aggiunta un po’ romantica. Oppure possiamo tornare alla Bibbia e riscoprire che la promessa di Dio verso una terra di pace si manifesta anche in un rinnovato buon rapporto tra gli uomini e ogni creatura, compresi gli animali. Allora tutto cambia, perché quella semplice presenza animale nel presepe rivela che il bimbo nato a Betlemme raccoglie in sé tutta la creazione: riscoprire la nostra immagine di Dio, figli nel Figlio, significa abbandonare i nostri deliri di onnipotenza, il tentativo smanioso di essere padroni e controllori del mondo, per ridiventarne custodi amorevoli e responsabili, in armonia con tutte le creature.
In effetti, quando Noè imbarca gli animali sull’arca, compie un gesto di rigenerazione: si emancipa dalla logica della violenza per ricominciare una storia segnata nuovamente dalla cura, permettendo anche all’animalità, nostra e altrui, di emanciparsi dalla prevaricazione senza scampo. E al termine di tutta la Bibbia, il Signore Risorto sarà paragonato all’agnello, unico animale che, ucciso, non uccide altri animali, interrompendo così l’assurdo spargimento di sangue innocente.
In cerca di pace
In questo Natale, che cade in un contesto di guerra e di scandalose violenze, dovremmo forse riflettere un po’ di più sulla presenza potente dei due animali nel presepe, liberandola da una certa retorica superficiale: il bue che riposa dal suo faticoso lavoro riscaldando il bambino e l’asino che almeno per una volta è segno di sapienza stando fermo accanto alla greppia, sono il presentimento di quella pace che tutti desideriamo e che, nondimeno, deve essere perseguita con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.
Il Figlio di Dio, nato a Betlemme, è il Signore della creazione, la cui pienezza non si realizza se non in un rapporto equilibrato, buono, pieno di dedizione con tutte le creature. Quando gli uomini e le donne vivono in pace, anche gli animali e il creato, senza essere trasformati in idoli, trovano il loro giusto posto, perché tutti possiamo restituirci l’umanità che è in noi e guarire la nostra recalcitrante animalità se smettiamo di metterci in salvo pensando solo a noi stessi e ci adagiamo, figli nel Figlio, nella mangiatoia, facendoci pane per gli altri.
E chi poteva pensare che questa riscoperta potesse avvenire grazie a due animali, per altro così vicini, in ambito contadino, alla fatica del quotidiano lavoro campestre? D’altronde lo aveva già profetato Isaia: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende (Is 1, 2-3)».
Il bue e l’asino diventano così profeti di pace, oggi come allora, proprio quando noi non ne sembriamo più capaci. È il ribaltamento del Natale evangelico, quello vero, quello gioioso certo, ma sempre resistente alla facile retorica di un ottimismo a buon mercato, che lo renderebbe distante dalle nostre vite e dai drammi reali dell’umanità. Che la potente semplicità della grotta di Betlemme, stalla fatta casa, ci riconsegni il coraggio della pacificazione e la responsabilità che ne consegue per contribuire insieme alla ricreazione del mondo. Tanti auguri!
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