Migranti. Più corridoi e meno blocchi

Lo abbiamo detto più volte e lo ribadiamo: l’Unione Europea tutta e dunque anche l’Italia devono impegnarsi in una azione congiunta che permetta di aprire vie sicure e naturalmente legali che sottraggano i migranti dalle grinfie dei trafficanti, dai campi lager del Nordafrica e dalle rotte di morte che sono costretti a seguire alla mercé dei flutti. Solo una politica comunitaria congiunta sulle migrazioni può efficacemente sottrarre a morte quasi certa migliaia di uomini, donne e bambini. Forse neanche questo basterà a salvarli tutti, ma molti certamente sì.

Come Ac abbiamo sempre sostenuto il soccorso in mare. Non ci interessa chi lo fa ma che le persone vengano salvate. Tutto ciò che non contribuisce a salvare le persone in mare ci desta profonda preoccupazione. La lite tra governo italiano e governo tedesco sulla sorte della nave dei migranti soccorsi dalla nave “Humanity 1”, battente bandiera tedesca, non è certo una bella pagina di coesione europea. Né lo è l’idea del governo italiano di tornare alla politica dei blocchi; e che si parli di porti o navi poco cambia.

Il futuro passa dalla capacità di accogliere e integrare

Distratti dal dramma della guerra in Ucraina, come è umano che sia, non tutti si saranno accorti che in questi ultimi giorni il Mediterraneo ha ripreso a seppellire le vite di tanti “ultimi tra gli ultimi”, i migranti. Coloro che invece “vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati” –  come ci ha ricordato Francesco in occasione del suo viaggio a Matera. Non solo perché da cristiani abbiamo il dovere di “rinnovare l’impegno per edificare il futuro secondo il disegno di Dio”, ma anche perché – cristiani o no – il futuro del nostro Paese e dell’Unione europea si gioca sulla capacità di comprendere che “è anche grazie a questi fratelli e sorelle che le comunità possono crescere a livello sociale, economico, culturale e spirituale”.

Serve una programmazione seria di ingressi e più corridoi legali

Il presente è invece la nuda cronaca. Solo qualche giorno fa le unità della Guardia costiera italiana, della Guardia di finanza e di Frontex hanno soccorso due barconi con a bordo rispettivamente 700 e 650 persone per i quali Alarm Phone aveva lanciato l’Sos mentre si trovavano alla deriva nella zona Sar tra Malta e Italia. Si tratta di uno degli ultimi episodi di naufragi, soccorso e traversate in condizioni disumane preceduto, nei giorni e nelle settimane precedenti, da altre circostanze in cui hanno perso la vita anche dei bambini. Una situazione che, come denuncia da tempo Caritas italiana, si può spezzare solo con corridoi umanitari e con altre forme di vie legali, che in piccole quote Caritas italiana già promuove. Ma in primis è necessaria una programmazione seria di ingressi per motivi di lavoro, che in questi anni sono stati residuali, e investire di più sui programmi di reinsediamento.

Quel Memorandum che non ci piace

Il presente è anche il rinnovo per altri tre anni del Memorandum tra Italia e Libia. Un accordo che non ci piace. Siglato il 2 febbraio del 2017, sotto il governo Gentiloni, l’accordo punta ad arginare gli arrivi di migranti, rifugiati e richiedenti asilo: l’Italia fornisce aiuti economici e supporto tecnico alle autorità libiche impegnate nella sorveglianza del Mediterraneo.Ebbene, cosa ha prodotto questo accordo in questi anni? Nella sostanza il sostegno ai centri di detenzione libici, definiti ufficialmente “centri di accoglienza”, dove le persone vedono quotidianamente calpestati i propri diritti, sottoposte a trattamenti inumani e degradanti. Dal 2017 ad oggi, le Ong impegnate nel Mediterraneo calcolano che quasi centomila bambini, donne e uomini sono stati intercettati in mare dalla Guardia Costiera Libica, per poi essere riportate in un Paese che non può essere considerato sicuro. Sono inoltre numerosi i report delle Nazioni Unite, confermati anche dalle testimonianze dei migranti che riescono a lasciare il Paese nordafricano, che riportano come episodi di violenza, torture e riduzione in schiavitù siano all’ordine del giorno nei centri di detenzione in Libia. Un accordo che speravamo venisse quantomeno ridiscusso, ma che invece è rimasto com’era. Sotto i governi Gentiloni, Draghi e oggi Meloni. I diritti umani evidentemente non sono una priorità.
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