Ognuno fa qualcosa

Il 15 settembre del 1993 veniva trucidato il beato don Pino Puglisi, parroco del quartiere Brancaccio di Palermo. Nel giorno del suo 56esimo compleanno, la mafia aveva deciso di chiudere la bocca per sempre a quel prete scomodo che – «educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto – come ebbe a dire papa Francesco – li sottraeva alla malavita, e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto».Nel trentesimo anniversario del martirio in odium fidei di questo straordinario educatore, l’Università LUMSA, sede di Palermo, ha deciso di dedicargli due giornate di studio e di riflessione (tenutesi il 12 e 13 settembre). L’evento si svolto con il patrocinio dell’arcidiocesi e del comune di Palermo, del Centro di accoglienza Padre Nostro, dell’Azione cattolica e dell’Associazione Italiana di Sociologia e di Sociologia per la Persona. Temi trattati la missione sociale ed educativa di don Pino Puglisi e gli aspetti sociologici del suo impegno civile.Tra i relatori, il presidente nazionale dell’Ac, Giuseppe Notarstefano. Vi proponiamo qui di seguito alcuni spunti tratti dal suo intervento che trovate in allegato: “Ognuno fa qualcosa: l’azione sociale e pastorale di don Pino Puglisi”.

Una visione straordinariamente conciliare

Per il presidente Notarstefano, «la visione ecclesiale di don Pino è straordinariamente conciliare, sebbene egli sia un sacerdote formato negli anni immediatamente precedenti al Vaticano II», egli è consapevole, cresciuto com’è alla scuola pastorale del card. Ernesto Ruffini, che «i processi culturali e sociali, così come quelli spirituali e pastorali si intrecciano in modo profondo e misterioso»; ma vede anche che «creare valore economico non si traduce immediatamente in una distribuzione equa dei benefici», vede soprattutto i rischi e le storture di un «un modello di welfare paternalista e verticale che tende all’assistenzialismo e che si espone al circuito viziato delle clientele, della logica vischiosa dei favori e della perversione privata dell’interesse pubblico, un brodo di cultura dove si alimenta la malapianta mafiosa divenendo negli anni, essa stessa un elemento centrale di tale welfare non a caso da alcuni osservatori definito come “mafioso”.

L’attenzione alle giovani generazioni

«È di fronte a questa situazione sociale che padre Puglisi comprende che occorre un profondo cambiamento di mentalità che si apra ad una trasformazione sociale che riguardi e impegni soprattutto le giovani generazioni”, sottolinea il presidente Ac. «Sono proprio loro che provocano l’impegno educativo e pastorale di don Puglisi: “… i primi obiettivi sono i bambini e gli adolescenti – scrive nella relazione “Chiesa e mafia: la cultura del servizio e dell’amore contro la cultura del malaffare”, svolta il 18 febbraio del 1993 – con loro siamo ancora in tempo, l’azione pedagogica può essere efficace, con gli adulti è invece tutto più difficile. Con i bambini non si devono fare discorsi filosofici, bisogna invece aiutarli a capire la loro dignità umana, a dare un senso alla loro vita (…) niente teorie psico-pedagogiche astratte allora. Il bimbo di queste famiglie non può capirle. Capisce invece i gesti che si fanno”».

Don Pino Puglisi anticipa e incarna il magistero di Francesco

Nelle parole di Notarstefano, don Pino Puglisi anticipa e incarna il magistero del pontificato di Francesco: «La visione di uno sviluppo umano autentico come fondamento e condizione dello sviluppo, gli è molto chiara, in qualche maniera don Pino ha ben chiaro che non basta migliorare le condizioni materiali (che rimangono importanti chiaramente, soprattutto il lavoro onesto degno che dà il pane quotidiano), ma è necessario influire su variabili fondative, che fanno la differenza nel determinare e condizionare i percorsi di crescita delle persone, delle organizzazioni sociali e dei sistemi socio-territoriali».Di più, per il presidente dell’Ac don Pino Puglisi «fa proprio ciò che papa Francesco suggerisce nella sua enciclica Laudato si’: osa “trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare” (LS, 19)». Questo è possibile perché Il sacerdote palermitano come il giudice canicattinese Rosario Livatino «ci mostrano come l’incontro con il Signore e la sua Buona notizia è un evento che non può lasciarci inerti, quieti, rassegnati. Non hanno cercato il martirio, ma lo hanno abbracciato in nome di un amore all’altro. Che ha mosso ogni istante della loro vita».

Puglisi e Livatino: è l’amore che apre il credente alla vita

Puglisi e Livatino testimoniano che «è l’amore ad essere l’esperienza credente fondativa che apre alla vita e che nella vita di ogni giorno si fa concreta». «È l’amore – aggiunge Notarstefano – che chiede una presa di consapevolezza che un mondo fraterno più giusto, più solidale è possibile ma dobbiamo imparare a lasciare le nostre zone di comfort e a vivere l’esistenza come dono completo e gratuito».«Ognuno davvero può fare qualcosa e tutti insieme possiamo fare molto».

G. Notarstefano – Intervento LUMSA – 12 settembre 2023Download
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