L’Europa vira pericolosamente verso destra. Nell’anno definito il più elettorale di sempre, ma anche un anno in cui il numero dei conflitti bellici è drammaticamente aumentato, spesso evidenziando la vulnerabilità delle democrazie e dei propri apparati diplomatici unitamente alla dominanza sul piano internazionale di crescenti interessi economici e finanziari verso l’incremento degli investimenti militari, i cittadini europei – o per meglio dire una parte di essi leggermente superiore a poco più della metà degli aventi diritto al voto – ha voluto dare un’indicazione abbastanza chiara verso le forze politiche (e di governo) che nei mesi scorsi avevano mostrato un preoccupante attivismo in favore dell’assestamento, tanto politico quanto economico in modo particolare, dell’Unione europea verso un assetto di guerra.
Ciò vale certamente per Paesi come la Francia di Emmanuel Macron, la Germania di Olaf Scholz e il Belgio di Alexandre De Croo e forse un po’ meno per i Paesi mediterranei come l’Italia e la Spagna, dove pure le forze di centro-destra hanno registrato una significativa affermazione nelle urne. Un risultato per molti versi preoccupante che, tuttavia, secondo molti commentatori non dovrebbe avere impatti travolgenti per la possibile maggioranza che sino ad oggi ha guidato l’Unione sotto la guida di Ursula von der Leyen e di Roberta Metsola.
Ridimensionamento dell’attuale maggioranza e cammino in salita per le nomine Ue
Tale maggioranza che ha guidato sinora le istituzioni dell’Unione europee, tuttavia, non ne esce rafforzata. Tutt’altro! La tabella di marcia stabilita per la formazione della nuova Commissione e la relativa elezione di presidenti e commissari appare come un cammino in salita, reso aspro e difficile proprio dalla nuova composizione dell’assise di Bruxelles che vede crescere proprio quelle forze meno favorevoli ad incoraggiare e spingere in avanti il processo di rafforzamento delle istituzioni comunitarie rilanciando politiche in grado di compiere quel passo oltre che i tempi richiederebbero; sia in relazione alla situazione dei conflitti con particolare riferimento alla guerra in Ucraina, sia in relazione al futuro del Green New Deal che è stato sino ad ora, non senza ambiguità e contraddizioni, l’orizzonte di una nuova stagione di investimenti pubblici europei in grado di orientare la transizione ecologica quale risposta alla necessità della sempre più grave questione climatica globale.
Combattere la permacrisi richiede tempestività nelle scelte dell’Unione europea
Ciò che i risultati del voto esprimono è certamente segno del fatto che si è giunti ad un bivio tra la scelta di affrontare nuovamente insieme gli effetti di questa permacrisi che intreccia diverse dimensioni e che chiede tempestività, come mostra anche la reazione dei mercati al voro europeo, oppure procedere in modo slegato e individualistico, assecondando le pulsioni sovraniste che hanno fatto buon gioco alle destre più estreme durante la campagna elettorale e che hanno catalizzato timori e delusioni di una buona parte dei cittadini europei. Il dato dell’astensionismo è rilevante e la riduzione dell’affluenza alle urne pesa in modo abbastanza uniforme in tutti i Paesi, soprattutto in Italia.
Rilanciare il progetto europeo come sogno di coesione e corresponsabilità
La sfida di rilanciare il progetto europeo dell’Unione come sogno di coesione e corresponsabilità tra visioni e culture differenti viene messo in crisi da visioni localistiche ma anche dalla poca lucentezza delle risposte europee, particolarmente sul piano dell’iniziativa diplomatica che è stata timida e sostanzialmente incapace di dare voce alla domanda molto netta di quel “popolo della pace” che con grande fatica ha provato ad esprimere il bisogno di una prospettiva ulteriore per superare la logica del conflitto come unica soluzione possibile.
Analoga considerazione è possibile sviluppare in ordine alla questione della transizione energetica ed ecologica: sono in molti a chiedersi se lo sforzo posto in essere in questi anni, che ha avuto la spinta lungimirante di leader illuminati come David Sassoli che hanno saputo interpretare in modo coraggioso e deciso uno stile di governo di cambiamenti ormai irreversibili, sia un percorso da considerare concluso. Asfissiata dalla tecnocrazia da un lato e braccata da notevoli interessi finanziari dall’altro, la transizione ecologica si è rivelata meno giusta e meno equa di ciò che era stato pensato all’origine della strategia di Next Generation EU, ma ciò vuol dire che occorre recuperare ancora di più la sua originaria impostazione rispondendo con politiche pubbliche che non producano disuguaglianze sociali inaccettabili e soprattutto che non si riducano a essere considerate solamente come un peso e un debito per gli Stati membri.
I leader dei diversi Paesi appaiono però più preoccupati degli equilibri nazionali che propensi a rilanciare una visione comune, in grado di rafforzare il cammino dell’Unione.
Il caso italiano. Giorgia, Elly e la rivincita del bipolarismo
Ciò accade anche in Italia, dove la campagna elettorale si è giocata in gran parte sul fronte nazionale e sulle legittime ambizioni delle diverse parti a rafforzare le proprie posizioni interne. Il dato elettorale è, infatti, coerente a questo schema: le forze di governo registrano una vittoria elettorale con in testa la premier Giorgia Meloni che porta a casa quel risultato eccellente per cui si è spesa secondo uno stile marcatamente personalizzato che la porta a rivestire un ruolo chiave nella formazione dei nuovi equilibri europei. Ampiamente soddisfacente è anche il risultato che incassa la segretaria del maggiore partito di opposizione Elly Schlein che può contare su una quota rilevante di eurodeputati e anche su una riconfigurazione dei rapporti di forza tra lo schieramento di opposizione. Il dato elettorale italiano, tenendo in debito conto la natura proporzionale del meccanismo elettorale, accentua una sorta di ritrovato bipolarismo reso ancora più evidente dall’esito deludente delle forze centriste e terzopoliste di Renzi e Calenda, dalla sconfitta del Movimento Cinque Stelle guidato da Conte e dalla buona affermazione dell’Alleanza Verdi e Sinistra. Per le due signore della politica italiana non sarà facile calibrare la ovvia dialettica interna con la possibile (e forse necessaria) interlocuzione che si potrà fare strada nella fase della consultazione per la nomina dei vertici delle istituzioni Ue, a partire dal 17 giugno.
Le riforme istituzionali dell’Unione e il ruolo possibile dell’Italia
Una interlocuzione che potrebbe inaugurarsi con un cambiamento di passo sul tavolo delle riforme istituzionali, sinora utilizzate come merce di scambio tutta interna alla maggioranza di governo. Il dato del voto delle giovani generazioni dovrebbe inoltre suggerire a tutti i leader politici di ascoltare con più attenzione il bisogno di cambiamento sui diversi fronti aperti dalla crisi che proprio i giovani identificano nel rafforzamento del cammino europee.
Si dischiude certamente uno scenario nuovo, e per molti versi inedito, che affida all’Italia forse un compito più centrale e che potrà pesare nel compiere una scelta decisiva rispetto al bivio che il cammino dell’Unione ha di fronte, e che dovrà affrontare le difficili situazioni interne francese e tedesca. Una sfida nuova per la politica che oggi nel mondo plurale e complesso non può assecondare i riduzionismi e le banalizzazioni che rischiano di frammentare ancora di più la vita sociale aumentando il tasso di scontro e, a lungo andare, di violenza per recuperare una dialettica politica sana e positiva che non rinuncia alle differenze ma impara ogni giorno a valorizzarle maturando una visione di Bene comune forse più fragile ma certamente più condivisa.
Articolo pubblicato sulla rivista di Adista Segni Nuovi (n. 23-2024)
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