In tutte le stagioni della vita, a partire da quella primaverile dei bambini e dei ragazzi, ogni passaggio è un esodo, simile a quello compiuto da Mosè nel deserto, che apre a Israele la strada verso la Terra promessa. Si tratta di un cammino non privo di insidie: la nostalgia di tornare indietro; la tentazione di farsi un idolo di metallo fuso; la nausea della manna, un cibo ritenuto troppo leggero. Ogni passaggio è paragonabile anche a una traversata, analoga a quella vissuta dai discepoli, con Gesù a bordo, in mezzo al lago di Tiberiade in tempesta. La zavorra della poca fede suggerisce loro di svegliare il Maestro chiedendogli: “Non t’importa che siamo perduti?” (Mc 4,38).
La crescita umana, come pure quella spirituale, è scandita da alcuni “riti di passaggio”. Il primo, in assoluto, è il venire alla luce dal grembo materno; si tratta di un evento segnato dal dolore e dal pianto: l’uno e l’altro cessano nell’istante in cui la creatura appena nata viene posta in braccio alla propria madre. C’è poi il passaggio delicato della nascita di un fratello o di una sorella, che allena i genitori ad allargare il loro abbraccio e addestra i figli a non lasciarsi risucchiare dalle sabbie mobili della gelosia e dell’invidia. Ben presto avviene il brusco passaggio da casa all’asilo nido o alla scuola materna: un banco di prova anche per i genitori, chiamati a crescere nell’amore, a riconoscere che i figli sono un dono da amare gratuitamente, cioè liberamente. Nei passaggi dalla scuola primaria a quella secondaria l’avvicendamento delle figure educative, oltre che dei compagni, è un vero e proprio scrutinio: entrambi segnano una svolta importante nel processo di crescita, caratterizzato dal movimento sistolico dell’uscire da sé e da quello diastolico dell’aprire se stessi.C’è anche il doloroso passaggio dell’incontro con la morte di qualche persona cara, ad esempio quella dei nonni: si tratta di una “porta stretta”, che non ha vie di fuga, di fronte alla quale si scopre che “la vita dell’uomo è come il fiore del campo, che spunta al mattino e avvizzisce alla sera”. C’è persino il sofferto passaggio della separazione dei genitori, che chiede ai figli non solo di fare la spola da un’abitazione all’altra, ma anche di mantenere un equilibrio affettivo difficile da raggiungere prima che si aprano ferite profonde. C’è inoltre il passaggio dei cambi di squadra o di categoria che richiede un lungo allenamento tanto del corpo quanto dello spirito, per evitare che l’agilità del primo renda infermo il secondo, con ansiose attese, suadenti nell’illudere, e ambiziose pretese, spietate nel deludere. Non manca neppure il passaggio di residenza, che la precarietà e la mobilità del mercato del lavoro rendono sempre più frequente, acuendo il rischio di chiudersi nell’ambiente digitale, saturo di connessioni, ma carente di relazioni fraterne, che costituiscono il terreno fertile da cui spuntano i semi delle amicizie più preziose e durature e non i funghi, velenosi, di una coincidenza di interessi egoistici.
Passare: voce del verbo lasciare che, a sua volta, è l’infinito del verbo crescere “in sapienza, età e grazia”. Ogni passaggio, chiedendo di lasciare se stessi, gli affetti più grandi e le cose più care, provoca sempre uno sconvolgimento emotivo, cognitivo, affettivo; e tuttavia sviluppa una forza trainante nel processo di crescita che accompagna tutte le stagioni dell’esistenza. Ogni passaggio si configura come una svolta: conduce a un luogo sterrato, a un crocicchio, a uno svincolo, a un raccordo del “tronco autostradale” della pedagogia umana e della fede. Ogni passaggio è un esodo che aiuta a scoprire il proprio mondo interiore, fatto di ombre e di luci, di nostalgie e di slanci, “di gioie e speranze, di tristezze e angosce”. Ogni passaggio è una traversata che chiede di sciogliere gli ormeggi e le vele, di prendere il largo, di allentare le reti, di affrontare le tempeste della vita con coraggio, guidati dalla “luce gentile” della fede, come la chiama John Henry Newman, in una sua pagina autobiografica. “Guidami tu, candida luce, in mezzo alle tenebre: guidami innanzi. La notte è cupa e io sono lontano da casa. Ti invoco, guidami! Veglia sul mio cammino. Non chiedo di vedere l’orizzonte lontano, un solo passo mi basta. Non fui sempre così, né sempre pregavo che tu mi guidassi. Amavo scegliere io stesso la via da percorrere, ma ora, ti prego, guidami tu. Amavo il sole splendente e mi guidava l’orgoglio. Non ricordare i giorni passati! Sono certo, Amore, che mi guiderai per lande e paludi, per rocce e torrenti fino a quando il giorno riapparirà. Al mattino si affacceranno i volti degli angeli amati, ma che più io non vedo”.
Nessun passaggio è possibile senza assumere una “postura sinodale”: camminando insieme non viene a mancare la luce necessaria per il passo successivo.
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