Sarò sempre allegro, esperienza di fraternità ad Oropa

01-04 maggio 2025

“Oh fanciullezza meravigliosa, che nasceva da Lui e intorno a Lui e ci rendeva così leggeri, così disposti a salire, così liberi da ogni impaccio mortale, così vicini a Dio che lui aveva in sé”

Dalla lettera di Clementina Luotto a Marco Beltramo a due giorni dalla morte di Pier Giorgio Frassati

Ci sono esperienze brevi nel tempo ma capaci di lasciare un segno profondo. E questa è stata l’occasione dell’esperienza di fraternità “Sarò sempre allegro”, organizzata dagli incaricati regionali del settore giovani, sulle orme di Pier Giorgio Frassati. Questa convivenza ha offerto un “luogo” temporaneo in cui misurarsi con altri 23 giovani, un laboratorio di relazioni e fede.

La vita di gruppo mette subito davanti a una verità: la presenza di differenti approcci alla vita quotidiana, alla vita di fede e di gruppo. Le differenze emergono nelle sensibilità, nelle abitudini, nelle idee: basta misurarsi con qualsiasi frangente che la quotidianità ci pone innanzi per rendersene conto. Eppure, accanto alle differenze, emergono anche sorprendenti somiglianze. Ed anche qui la quotidianità offre occasioni per gesti semplici, talvolta quasi impercettibili, ma capaci di costruire comunità.

Un’esperienza di fraternità non è soltanto un incontro con gli altri: è anche un incontro con sé stessi. Spesso si pensa che la sfida principale sia imparare a convivere con chi si ha accanto; in realtà, la prima relazione da custodire è quella con la propria interiorità. È lì che si alimentano le passioni, la fede, il desiderio di mettersi in gioco.

Durante questi giorni di cammino condiviso, l’esempio di Pier Giorgio Frassati – giovane capace di unire fede, amicizia e passione per la montagna – ha fatto da guida silenziosa. Camminare sulle sue orme significa confrontarsi con un paradosso profondamente umano: impegnarsi per raggiungere una meta, sapendo che la vera ricchezza non sta nel traguardo ma nel percorso.

La salita verso il Poggio, con la fatica e l’entusiasmo che porta con sé, diventa così metafora della vita. Si aspira a raggiungere la cima, ma una volta arrivati si torna al punto di partenza, portando con sé qualcosa che prima non c’era: uno sguardo diverso, una consapevolezza nuova. Non si conquista una vittoria da esibire, ma si rafforza dentro di sé la gioia di vivere la propria fede e di condividerla con gli altri.

La vita comunitaria, in questi contesti, costringe anche a fare un passo indietro rispetto al proprio io. Quando si vive fianco a fianco, l’unica strada possibile è fare spazio all’altro. In cucina, nelle pulizie, durante il cammino: ogni gesto diventa occasione per passare da un “io” isolato a un “io con” e “io per”.

In questo modo si scopre che la fraternità non è un’idea astratta, ma qualcosa di concreto e quotidiano. È come tracciare un solco nel terreno: un piccolo canale attraverso cui può scorrere l’acqua che nutre la vita. Talvolta il solco è ostruito o coperto dall’erba; altre volte ha bisogno di essere riaperto con pazienza. Ma quando le mani si uniscono per lavorare insieme, l’acqua torna a scorrere.

Momenti come la celebrazione eucaristica vissuta insieme diventano allora vertici emotivi e spirituali. In quei momenti si percepisce con forza il legame tra la relazione con Dio e quella con gli altri. Le parole del Vangelo che aveva precorso la nostra esperienza recitavano “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”, e trovano una concretezza nell’invito che segue in risposta: “Pasci le mie pecore”. Quindi prendersi cura degli altri, delle persone affidate al nostro cammino.

Alla fine di un’esperienza così intensa rimane soprattutto un augurio: continuare a seminare ciò che si è ricevuto. Proprio come il seminatore della parabola, il pellegrino non smette di spargere semi lungo il cammino, anche quando non sa dove germoglieranno. Le strade delle persone possono dividersi, i percorsi possono cambiare, ma la meta rimane condivisa.

Forse non ci si ritroverà sempre sulla stessa salita o alla stessa curva del percorso. Ma, in qualche modo, si tornerà a incontrarsi alle porte della stessa destinazione.

E allora la domanda che spesso accompagnava la salita – “quanto manca?” – al termine di quest’esperienza ha assunto un significato nuovo. Non più soltanto la misura della distanza da percorrere, ma anche il segno di un’attesa: quanto manca alla prossima occasione per vivere di nuovo l’esperienza di una fraternità autentica, fondata sul servizio, la condivisione e gioia.

Perché sono proprio queste esperienze, brevi ma intense, a ricordare che il cammino della fede non si percorre mai da soli e non è mai uguale a sé stesso, ma si arricchisce anche e soprattutto in esperienze non ordinarie.

A cura di Gabriele Romano.