Siamo noi questo piatto di grano

Si resta per affinità alle origini, e per memoria/e da tramandare. Anche per incamminarsi di nuovo, errando di paese in paese, di strada in strada, di vicolo in vicolo, come se fosse la prima volta. Si resta per innamorarsi di pietre antiche e volti nuovi, si resta persino per aver diritto al pianto e al sorriso. Si resta per tendersi la mano (Siamo noi questo piatto di grano è il primo di nove articoli tratti dal dossier di Segno nel mondo sul vocabolario della fraternità che pubblicheremo in questo mese di agosto) . 

La restanza è la parola degli opposti, affabulatrice di moti dell’anima, fraintendimenti evitati, e paradossi che danno senso alla vita. Il contrario di sé stessa, generatrice di movimento. 

Ci ha pensato qualche anno fa il filosofo calabrese, Vito Teti, a dare nobiltà alla parola restanza.«Perché restanza – scrive Teti nella Treccani – denota non un pigro e inconsapevole stare fermi, un attendere muti e rassegnati. Indica, al contrario, un movimento, una tensione, un’attenzione. Richiede pienezza di essere, persuasione, scelta, passione. Un sentirsi in viaggio camminando, una ricerca continua del proprio luogo, sempre in atteggiamento di attesa: sempre pronti allo spaesamento, disponibili al cambiamento e alla condivisione dei luoghi che ci sono affidati. Un avvertirsi in esilio e straniero nel luogo in cui si vive e che diventa il sito dove compiere, con gli altri, con i rimasti, con chi torna, con chi arriva piccole utopie quotidiane di cambiamento». 

La storia siamo noi

La mia restanza è abitata dalla memoria di braccia maschili dedicate ai mattoni e mani femminili affaccendate in merletti e sughi per Natale, di pranzi domenicali dove lo stare insieme era un atto obbligatorio di piccola etica familiare.

L’educazione tramandata non aveva paura di confrontarsi con il limite e il dovere. La restanza dei piccoli paesi di montagna, ormai in via di spopolamento perché i giovani scelgono, sempre di più, la gloria della città. Dovremmo trovare il coraggio di restituirgli un’anima a questi luoghi appartati dalla mondanità, potrebbero diventare un anticipo di paradiso terrestre. Dove la vita, così diversa dalle nostre città metropolitane con i loro riti disumani e underground, riacquista dignità, ospitalità, tenerezza, solidarietà. Persino sorriso.

Restituire è un atto d’amore

Restituire non è un verbo del passato, è un atto d’amore. È la restanza dei piccoli passi, del lento camminare, del silenzio che torna a farci visita quando meno ce lo aspettiamo, dello spettacolo dei colori della natura, l’alba e il tramonto, e il suono delle campane di una vecchia chiesa che danno ritmo al giorno e alle sue ore. 

L’etica del dono e del restituire fanno parte di questa restanza che non codifica le sue relazioni con burocrazie infinite: basta una stretta di mano. 

Qualche volta, per sbaglio, forse abbiamo visto nella restanza un luogo dell’anima, oltre che geografico, lontano da noi, una sorta di paradiso perduto dove andarsi a ristorare in caso di necessità. Fuori luogo perché artefice di ritmi e stili quotidiani così lontani dalla nostra vita affaccendata. 

Non facciamoci fuorviare. La restanza è la parola più vicina all’incontro con l’altro. La restanza è il sapore del pane fatto in casa, la salsa di pomodori fatta in casa, le mani che impastano la farina e i racconti della nonna accanto al focolare. Ma anche il pane che si spezza e lo si dona all’ospite inatteso. I racconti fuori dal perimetro delle chat e dei social che diventano, per magia dell’attesa, una storia da vivere insieme. In un luogo dove poter vivere insieme. La restanza, così, è sfacciatamente contemporanea, perché non modaiola, non appassionata di like a prescindere. 

Restando si dà tempo alla vita

Bello ancora il ritratto che fa della restanza Vito Teti. «È la presa d’atto che se una nuova comunità è possibile e auspicabile là dove esisteva l’antico paese, questa comunità comunque deve essere riorganizzata e inventata tenendo conto di fughe, abbandoni, ritorni e anche di mutate forme di produzione e rapporti sociali. Restare comporta creare nuove modalità dell’incontro, della convivialità, dell’esserci. Se è una scelta consapevole ed etica, restare non può diventare mai chiusura o territorio per artificiosi contrasti tra chi è partito e rimasto, tra chi è rimasto e chi oggi arriva o torna».

Restando ci si sente in viaggio

Restando ci si accorge della sera che si avvicina. Si dà tempo alla vita. E a quello che c’è fuori dal pianerottolo di casa. Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente.

Restare, allora, non è uno slogan né un proclama. Semmai un’attività quotidiana dedicata a rigenerare un’utopia delle piccole cose che richiede pazienza e cura, attenzione e apertura, senso di responsabilità e discorsi sulla verità che non ammettono illusioni. 

La sobrietà delle “terre alte”

Sono, da sempre, innamorato delle “terre alte” – le terre che superano i mille metri di altitudine, i minuscoli borghi di Appennino e Alpi – e ho imparato, nel tempo, quanto esse possano contribuire a un’etica del bene comune che passa, pian piano, da una costruzione di relazioni e comunità attente “al basso” della storia.

Nelle terre alte, dove regnano incontrastate pietre, alberi, rovi cieli azzurri e storie di contrabbando, non c’è molto spazio per il superfluo. Le terre alte non ne hanno bisogno. Perfino l’umanità abitante in questi luoghi non ne sente il desiderio.

Il superfluo si allontana dai luoghi dove pulsa la vita. Resta (appunto) altrove. E allora la restanza è il restituire al superfluo il suo oblio naturale, ciò a cui vorremmo aggrapparci del bello e del sussurrato ma che ancora non riusciamo a dircelo, a provarlo. La restanza di un suono ascoltato la sera all’imbrunire in una chiesa appollaiata sopra una roccia d’altura, la restanza di una parola data e mai tradita, la restanza di un aiuto spontaneo nel portare la legna in casa all’anziana signora che non ce la fa più, la restanza del crepitio del focolare, la restanza di un invito a cena, la restanza di un bicchiere di vino a un Dio che sorride. 

Siamo noi questo piatto di grano

Siamo tutti ospiti in una terra che, forse, non ci appartiene. Questo è il segreto della restanza. Perché, come canta Francesco De Gregori ne La storia siamo noi, una straordinaria canzone pubblicata nel 1985 che è diventata l’inno di più generazioni, «la storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo. La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano. La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano».

*Vocabolario della fraternità è un dossier pubblicato sull’ultimo numero di Segno nel mondo. Clicca qui per leggerlo in versione integrale
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