Sospesi tra il “già” e il “non ancora”

Reduci dal flagello del virus e dal conseguente, cupo lockdown, ci scopriamo affacciati su un orizzonte indecifrabile. Alle spalle, mesi in cui le parole, smaterializzate e digitali, hanno saturato il quotidiano perdendo fatalmente suono e ritmo; le idee solcano febbrilmente il web senza soluzione di continuità; i volti a loro associati ridotti a inespressive “icone”: perlopiù sgranate, forse sorprendenti, sicuramente “distanti”. Parole, idee e volti svaniti nel lampo di un baleno: l’indice scorso sullo schermo, la diretta Instagram conclusa, il collegamento Google meet terminato. È il lampante e immediato riflesso del passato prossimo, l’esito ineluttabile di due anni di pandemia, il punto di caduta esatto da cui siamo chiamati a ripartire. Un’ovvietà che sfiora la tautologia.

Eppure, è bene dirlo. Viviamo un tempo ibrido, indefinito, ignoto. Sospesi tra il già e il non ancora, in bilico fra ieri e domani, un scosceso crinale fra storia e cronaca. Attraversiamo un frangente nel quale tornare consapevolmente a occupare lo “spazio pubblico” che dalla polis greca alle aule parlamentari novecentesche, passando per il Senato romano e le assemblee rivoluzionarie francesi, è per antonomasia crocevia di opinioni, fucina di pensiero, luogo identificativo di una comunità.

Il ritorno alla semi-normalità

L’uomo, nella sua accezione aristotelica, rimane un “animale” sociale, politico; anche quando immerso nelle moderne agorà digitali, la cui distinta eco sarebbe disonesto disconoscere. Conta il dove, vero. Però, fondamentale, pesa il come. La postura assunta, il tono scelto, l’attitudine esibita. Dovremmo essere avvertiti che il ritorno alla “semi-normalità” necessiterà di un supplemento di responsabilità in capo a ciascuno, nessuno escluso. Istituzioni e cittadini, famiglie e imprese, opinion maker e operatori della comunicazione.

La risultante infausta del combinato disposto pandemia e guerra, infatti, coincide con il dilagare impetuoso di posizioni radicali, conflitti ideologici e giudizi trancianti. L’imprudente derubricazione del Covid-Sars 2 a banale influenza, l’orripilante negazionismo steso intorno ai crimini umani perpetrati a Bucha, il rovesciamento orwelliano del falso in vero sono tre eloquenti esempi di un dibattito fuori controllo, deragliato perché spinto all’eccesso. 

Per averne una ulteriore, palmare conferma, basta seguire distrattamente la maggior parte dei talk-show, immiseriti a stucchevoli teatrini, infestati da improbabili “ospiti”, invitati soltanto per strappare percentuali di share e vellicare gli istinti degli spettatori, chini sulla tastiera. Al contrario, al fine di risollevare il tenore del dibattito pubblico al decoro che merita, occorrerebbero rispetto reciproco e onestà intellettuale in quantità diffusa. 

Impellente, batte l’ora del dialogo e dell’ascolto, questi sconosciuti. Ricominciare da sobrietà e senso del dovere – virtù cadute in disuso – ogniqualvolta si prende parola nella “sfera del pubblico”. Questa sì sarebbe una sorpresa squassante, una svolta significativa, nel mondo nuovo in predicato di venire.

*Alberto Galimberti, giornalista, collabora con la cattedra di Politica e comunicazione dell’Università Cattolica di Milano
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