Un solo popolo di Dio

«Organizzatevi voi! Gli spazi della parrocchia sono questi, quindi dovete dividerveli!». Una stanzetta, una sala al piano superiore, un cortiletto, un deposito adibito a sala incontri, un sottoscala, una sagrestia (quando non è trasformata in museo) … luoghi solitamente “rubati” per poter vivere un momento di catechesi, un tempo di condivisione o, semplicemente, la visione di un film. Spazi che si animano, che trovano la loro ragione di esistere nella presenza di giovani e adulti, ragazzi e anziani che li abitano con la loro curiosità, la loro fede e il loro entusiasmo. Spazi che spesso vanno divisi, condivi o, addirittura, contesi. Potremmo dire che l’assegnazione dei luoghi è uno degli sport preferiti nelle parrocchie italiane. Non è solo questione di occupazione di spazi, ma è anche necessità di sentirsi a casa e di avere un luogo familiare per tutti e tutte. 

Il dilemma degli spazi fisici spesso si trasforma in qualcosa di più profondo e radicale: la ricerca di spazi per affermare un potere, per dire al mondo intero che quel gruppo, quell’associazione esiste e va rispettata. Insomma un’occupazione di suolo ecclesiale per dire la dignità esistenziale.

La corresponsabilità ecclesiale (un solo popolo di Dio)

L’immagine che ho utilizzata mi aiuta a entrare nella trattazione di un tema delicato e centrale della vita della Chiesa: la corresponsabilità ecclesiale (un solo popolo di Dio). Un tema che suscita grandi riflessioni teologiche e che, soprattutto negli ultimi anni, vede il magistero evidenziarne la necessità.

Nella prospettiva dei processi da avviare e non degli spazi da occupare (cfr. Evangelii Gaudium) e nel contesto della sinodalità come stile proprio della Chiesa penso sia necessario riscoprire la corresponsabilità come postura identitaria della comunità ecclesiale. Chiaramente non è solo una questione di organizzazione, non si tratta semplicemente di spazi da dividere o condividere, ma di una vera e propria visione di Chiesa. In questo è necessario tornare a rispolverare il sogno del Concilio Vaticano II e, in particolare, della Lumen Gentium. Un sogno che spesso viene citato ed esaltato, ma che oggettivamente fatica a realizzarsi. Dovremmo tornare periodicamente a leggere il capitolo 2 della Lumen Gentium per comprendere quanto sia necessario riscoprirsi tutti insieme (laici, presbiteri e consacrati) un solo Popolo di Dio, accomunati da una sola missione. In un tempo in cui si rischia di definirsi per distinzione o per partigianeria è urgente sentirsi parte di una comunità più ampia, un noi più grande. 

Vorrei in particolare evidenziare tre aspetti che possono sostenere la realizzazione della corresponsabilità e due tentazioni da tenere a bada.

Le possibili tentazioni 

Innanzitutto dovremmo provare a purificare questa riflessione dalla tentazione di una rivendicazione “simil-sindacale” (con tutto il rispetto per le organizzazioni sindacali). Un tema così profondo non si potrà mai affrontare con lo spirito di rivendicazione. Spesso capita di assistere a una vera e propria contrattazione… se da un lato questo sembra necessario, soprattutto dove la corresponsabilità è un miraggio, dall’altro dobbiamo ammettere che non si riuscirà mai a convertire certi stili se non con la comunione e con la pazienza dei piccoli passi formativi. Anche in questo caso non saranno le urla a convertire chi è lento a comprendere il valore e la necessità del camminare insieme. Ecco perché la scelta associativa si rivela una potenziale occasione per rieducarsi alla comunione.

La seconda tentazione

La seconda tentazione è quella di racchiudere la grandezza del tema della corresponsabilità a una questione meramente organizzativa o, peggio ancora, di potere. La Chiesa non è nata per assegnare ruoli o dividere il potere, ma per permettere a uomini e donne di poter professare insieme la propria fede e annunciare il Cristo. Ecco perché forse spetta anche a noi, come associazione, tornare a riconsegnarci il valore profondamente vocazionale della corresponsabilità. Si è chiamati a camminare insieme, per servire insieme e per amare insieme. Non aumenta la corresponsabilità se si riserva un posto sull’altare a un laico o se si fa gestire la cassa parrocchiale a una persona non consacrata. La corresponsabilità ecclesiale ha a che fare seriamente più con il fonte battesimale che con la sagrestia. Abbiamo bisogno di sentirci maggiormente fratelli e sorelle, compagni e compagne di viaggio. L’organizzazione ecclesiale deriverà genuinamente da questa riscoperta. 

Di fronte a queste due tentazioni però abbiamo tre punti fermi che dobbiamo evidenziare per comprendere profondamente il valore della corresponsabilità ecclesiale: la comunione come desiderio costante, la missione come impegno quotidiano, il mondo come scommessa necessaria.

Un solo popolo di Dio… la comunione come desiderio costante

Per noi cristiani la comunione non è sinonimo di simpatia o di cortesia, ma è un modo di essere costitutivo della Chiesa. Non possiamo immaginare la Chiesa e i cristiani, se non in comunione. Dovremmo riscoprire in essa il tagliando per tutte le nostre scelte ecclesiali. Sempre più frequentemente si rischia di assistere a iniziative e scelte che raccontano la capacità e la genialità dei singoli e delle singole o di piccole élite di persone. La comunione, invece, dovrebbe essere il desiderio costante per realizzare l’ultimo sogno di Gesù: «Perché siano una cosa sola» (Cfr Gv 17, 20-26).  La comunione, sia tra laici che tra laici e presbiteri, dovrebbe portarci ad abbassare le frontiere che spesso ci poniamo. Essere uomini e donne di comunione non significa azzerare le differenze o annientare la creatività, ma saperle mettere a servizio di un’unica missione. Non si tratta di uniformità indistinta, ma di armonia cromatica. I tanti colori rendono il dipinto più bello, solo se sanno dialogare tra loro.

La missione come impegno quotidiano

In questi anni papa Francesco ci sta ricordando in ogni modo che la missione deve essere “l’assillo” quotidiano della Chiesa. Ce la ha detto chiaramente nella Evangelii Gaudium (cfr, n. 27;32) e ce lo ricorda ogni volta che deve indicarci la rotta. Il Papa non si accontenta di dirci che sogna una Chiesa missionaria, ma ci ricorda che la condivisione di una missione ci avvicina maggiormente. Lo ha fatto benissimo nel discorso ai partecipanti a convegno promosso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita il 18 febbraio del 2023: «Pensiamo ai primordi, quando Gesù invia gli Apostoli ed essi ritornano tutti felici, in quanto i demoni “fuggivano da loro”: era stata la missione a portare quel senso di ecclesialità. Condividere la missione, infatti, avvicina pastori e laici, crea comunione di intenti, manifesta la complementarietà dei diversi carismi e perciò suscita in tutti il desiderio di camminare insieme».

Spesso non ci rendiamo conto che fatichiamo sulla corresponsabilità perché dimentichiamo la comune missione.

Il mondo come scommessa necessaria

In tante occasioni ci è capitato di riflettere sul clericalismo come uno dei mali della Chiesa. Una “malattia” di moda costantemente nell’esperienza ecclesiale. Uno stile sbagliato che potremmo considerare l’opposto della corresponsabilità e che non ha solo il volto del clero, ma spesso anche quello dei laici e delle laiche (anche qui papa Francesco avrebbe parole molto chiare).

Forse l’unico modo per tenerci lontani dal clericalismo è tornare a guardare al mondo come luogo in cui vivere propriamente la missione evangelizzatrice. Lo stesso mandato missionario di Gesù ci ricorda che i discepoli furono chiamati per stare con il Signore e per andare a predicare. (Mc 3,14)

Forse se ci ricordassimo maggiormente che la missione ha a che fare con verbi di movimento verso l’esterno non ci perderemmo in tanti ragionamenti di posizionamento o di spartizione di potere. 

La corresponsabilità crescerà quando riusciremo ad allargare gli spazi della missione, quando ci sentiremo insieme responsabili dell’annuncio missionario dei fratelli e delle sorelle che abitano le nostre città, i nostri luoghi di lavoro, gli spazi della vita quotidiana. 

Un solo popolo di Dio… per continuare a riflettere

Insomma, la corresponsabilità ecclesiale continua a essere una sfida quotidiana per la comunità dei credenti. Lo è soprattutto in questo tempo in cui stiamo scegliendo la sinodalità come abito feriale da indossare. Come Azione cattolica italiana non possiamo venir meno all’impegno genetico di favorirne la realizzazione a costo di rimettercene sui nostri processi e progetti. Non a caso nell’ultimo grande incontro avvenuto con papa Francesco, lo scorso 25 aprile, ci è stato detto: «Per questo c’è bisogno di uomini e donne sinodali, che sappiano dialogare, interloquire, cercare insieme. C’è bisogno di gente forgiata dallo Spirito, di “pellegrini di speranza”, (…) uomini e donne capaci di tracciare e percorrere sentieri nuovi e impegnativi. Vi invito dunque ad essere “atleti e portabandiera di sinodalità”, nelle diocesi e nelle parrocchie di cui fate parte, per una piena attuazione del cammino fatto fino ad oggi».

La riflessione sulla corresponsabilità ecclesiale tra fonte battesimale e piazza (Un solo popolo di Dio) è presente nella rubrica Perché credere in Segno nel mondo 2/20024.

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